martedì 7 agosto 2012

Vogliamo tutto di Nanni Balestrini

Vogliamo tutto di Nanni Balestrini viene pubblicato da Feltrinelli nell'Ottobre del 1971, a più di due anni di distanza dai fatti narrati nella seconda parte del libro (le lotte alla Fiat di Maggio-Luglio 1969 che "aprirono" l'Autunno caldo) e un anno e mezzo dopo lo Statuto dei Lavoratori (legge 300 del 20 Maggio 1970), "conseguenza" dell'Autunno caldo e della "mediazione sindacale" (ferocemente combattuta dall'autore, nell'azione quotidiana e nel romanzo) di quelle lotte. Vogliamo tutto non è né un instant book né una testimonianza in diretta, esattamente come l'altra grande narrazione di Balestrini sui "movimenti antagonistici radicali", quel Gli Invisibili volgarmente noto come il "romanzo del terrorismo", pubblicato nel 1987 (l'anno in cui Curcio, Moretti e altri brigatisti di rilievo dichiararono conclusa l'esperienza della lotta armata).
Balestrini romanziere arriva a cose fatte e fa letteratura, già in Vogliamo tutto.
La pianta di Mirafiori, presa dal primo numero di "Potere Operaio" e stampata nei risguardi a descrizione simbolica del terreno di lotta tra operai e capitale, finisce per ricoprire la stessa funzione semiotica di apertura dell'immaginazione verso territori infiniti e indefiniti che hanno le mappe all'inizio dei romanzi fantasy. Vogliamo tutto non è affatto la cronaca "magnetofonica e selvaggia" (come si diceva allora), la relazione affrettata e partecipata delle lotte alla Fiat [1] e non è neanche un precoce esercizio nostrano di New Journalism, ma un'opera raffinatissima per costruzione letteraria, che tra i propri fini ha anche quello di incitare alla lotta, continua e futura.
L'opera si inserisce nella tradizione del Bildungsroman (romanzo di formazione), i titoli dei capitoli, composti sempre da un articolo e un nome, riguardano tutti "esperienze di crescita" (prima personale e poi collettiva, come spiegheremo): Il sud, Il lavoro, La lotta, I compagni, L'autonomia ecc. Possiamo definirle "stazioni" con vocabolo religioso (che richiama la rappresentazione medievale del cammino della coscienza verso Dio) o Erlebnis con lessico husserliano o, ancor meglio, Erfahrung, con terminologia storico-filosofica e laica presa dalla Fenomenologia dello Spirito (che è sia il testo critico su ogni possibile romanzo di formazione sia il romanzo filosofico di formazione per eccellenza); ciò che conta è che queste "vicissitudini" non sono semplici accadimenti nella vita del protagonista ma esperienze in un processo dialettico di sviluppo e raggiungimento del vero sé.
Un sé collettivo, un io che diventa un noi, nella seconda parte del romanzo, dove la dialettica hegeliana della Fenomenologia viene classicamente interpretata in chiave materialistico-storica (in breve, nello stesso senso in cui Marx scriveva che "il proletariato è l'erede della filosofia classica tedesca"). Nonostante la distanza trontiana e più largamanente operaista da questo pensiero, una lettura secondo dialettica hegelo-marxista (o direttamente lungo le linee del Lukács di Storia e Coscienza di classe) dell'opera è possibile persino nei dettagli, con callidissime individuazioni delle fasi di tesi antitesi sintesi sempre ripetute sino all'"insurrezione" finale. In questo breve post si vuole insistere solo sulla divisione in due parti (ciascuna composta da cinque capitoli): la prima dedicata alla presa di coscienza dello "sfruttamento" e alla ribellione ancora primitiva e anarcoide, la seconda tutta pervasa del nuovo senso collettivo di coscienza di classe, della ribellione che vuole farsi rivoluzione e giunge fino allo stadio dell'"insurrezione" (non insisto sui riferimenti storici ed ideologici, per cortesia verso il lettore distante, ma qui va ricordato almeno l'inno di Potere Operaio e il "partito dell'insurrezione").
Leggiamo la quarta di copertina, assolutamente rispettosa dell'intenzione dell'autore se non direttamente autoriale:
"Indomabile protagonista di questa storia è l'operaio-massa: il proletario del sud sul cui lavoro si è fondata l'espansione industriale italiana e europea degli ultimi vent'anni.
E' "l'operaio dai mille mestieri," non qualificato e dall'estrema mobilità, alternativamente bracciante, edile, disoccupato o emigrante, che racconta, col suo linguaggio e dal suo punto di vista di classe, come ha imparato nelle fabbriche del nord a organizzare la sua capacità di rivolta contro il lavoro e lo sfruttamento.
Dopo una serie di tentativi di lavoro nel sud nativo, il protagonista si getta nell'obbligata avventura dell'emigrazione. A Milano, dove accetta i mestieri più disparati, si trova immerso in una assurda società fondata sul lavoro e sul consumo. Scatena allora una sua astuta e spavalda guerriglia contro l'industria per soddisfare i propri bisogni sfuggendo alle implacabili leggi della produzione.
Finché all'inizio del '69, l'anno dell'autunno caldo, si fa assumere alla Fiat, dove dicono che c'è lavoro per tutti, ben pagato e sicuro... A Mirafiori si rende conto di trovarsi invece in un inferno che distrugge ogni energia fisica e psichica. Ma viene a contatto con gli studenti, conosce gli operai che organizzano gli scioperi selvaggi e la lotta collettiva: diviene un militante. La seconda parte del libro rivive giorno per giorno, attraverso i volantini, le assemblee, le cronache, le fasi delle grandi lotte di maggio e di giugno che da Mirafiori si propagano a tutta la Fiat e dalla Fiat si estendono fuori dalla fabbrica, fino a culminare nella grande battaglia di corso Traiano tra la polizia e il proletariato della città." (grassetti e corsivi miei)
La distanza "filosofico-pratica", "materialistico-storica" tra la protesta spontanea del singolo e la lotta organizzata per l'autonomia operaia dei lavoratori si esprime prima di tutto nel linguaggio: nella prima parte abbiamo un discorso interiore che incrocia in modo molto particolare parlato neorealistico e sottoparlato oniroide della neoavanguardia [2], con il filtro ideologico linguistico e "temporale" della coscienza di classe infine conquistata. La prima parte racconta il passato dal punto di vista del presente che lo ha infine compreso/superato (Aufhebung):
"Anch'io riuscii a trovare il posto perché c'avevo uno zio. Che adesso è pensionato statale era nella finanza. Che c'aveva un cugino nell'ufficio di collocamento. Mi portò nell'ufficio di collocamento. Disse al cugino: Questo è un mio nipote. Tu lo devi aiutare lo devi mandare a lavorare." [...]
"Sta famiglia man mano che le cose cominciavano a andare male se ne andavano uno alla volta anche gli altri. Tutti i fratelli se ne andavano e Rocco gli trovava il posto." [...]
La seconda parte è il racconto del presente che si "autocomprende" nel suo farsi, della coscienza collettiva che non è più quella dell'operaio del Sud ma del "movimento" di operai e studenti in lotta. Mentre nella prima parte abbiamo un personaggio che dice io, nella seconda abbiamo la progressiva transizione verso una massa che dice noi e la cui voce viene costruita appunto con un virtuosistico montaggio, rielaborazione, reinvenzione di "volantini, assemblee, cronache". L'ultima lassa narrativa cap. 5, La Lotta, documenta proprio questo passaggio:
"E sono uscito fuori [dalla fabbrica]. Sono uscito fuori e c'erano lí tanti operai e studenti davanti. C'erano davanti al cancello tutti i compagni che parlavano della lotta. C'erano lí i compagni che dicevano che avevo fatto bene a menare i guardioni. Che quel giorno era stata una grossa lotta una grossa soddisfazione. E abbiamo fatto la riunione poi e tutte queste cose qua. Sono venuti in massa gli operai nel bar tanti che non ci si entrava. E lí ho conosciuto anche Emilio e Adriano tutti questi compagni qua. Eravamo tanti quella sera che si decise di fare poi le assemblee all'università. E quello fu l'inizio delle grandi lotte alla Fiat. Che era stato il 29 maggio quel giorno giovedí." (grassetti miei)
Il cap. 6 nell'ultima lassa nomina in "terza persona" la vicenda narrata già dal protagonista, come una lotta tra le lotte, come un segmento della "Lotta": "Giovedí 29 maggio: Un giovane operaio meridionale ha tentato di entrare con un cartello. I guardiani glielo hanno impedito e ne è nato uno scontro. Al secondo turno un gruppo di un'ottantina di operai delle linee della Carrozzeria [...] ". Il cap. 8 L'autonomia vede già la compiuta formazione di questa voce, una lassa inizia con "Cosa vogliamo noi operai?", un'altra con "Lunedí 23 giugno: Da una settimana noi operai dell'85 siamo in lotta" (e vi sono 14 occorrenze di "noi" nel capitolo). Il cap. 9 L'assemblea presenta di nuovo l'"io", non più del "protagonista singolo" bensì del singolo operaio che nell'assemblea unisce la propria voce a quella dei compagni, contribuendo a formare il "noi" collettivo. Il cap. 10 ripropone infine (e dialetticamente) la narrazione in prima persona del "protagonista" ma la Storia/Esperienza è progredita ormai dalla ribellione del singolo all'"insurrezione di massa", o meglio a una prova generale di insurrezione, come mostra la chiusura assolutamente non trionfalistica del romanzo che apre alle lotte future, perché, come abbiamo già detto, quest'opera iperletteraria ha fini di persuasione ideologica e di esortazione all'azione politica futura delle masse operaie e studentesche:
"I carabinieri erano intanto riusciti a sfondare il portone e cominciavano a entrare in tutti gli appartamenti. Io dal mio tetto li vedevo che uscivano fuori sui balconi li vedevo nelle rampe delle scale che salivano con gli elmetti e i fucili e li vedevo dopo un po' che uscivano sui balconi degli altri appartamenti a cercarci. Svegliavano la gente nel letto e controllavano. Noi per un bel po' rimanemmo lí non potevamo controllare se i carabinieri se ne erano andati o no. Poi delle donne della casa che ci avevano visti ci fecero segno che se ne erano andati ci chiamavano per dirci di scendere. Era quasi l'alba c'era un grande sole rosso bellissimo che stava venendo su. Eravamo stanchissimi sfiniti. Per questa volta bastava. Scendemmo giú e ce ne tornammo a casa."
Nanni Balestrini, Vogliamo tutto, Feltrinelli, 1971 (nuova edizione, DeriveApprodi, 2004). Versione html disponibile sul sito dell'autore.

[1] Balestrini ebbe un ruolo di primo piano per la diffusione della "letteratura selvaggia" e la promozione dello "scrittore operaio". Diresse infatti la collana "Franchi Narratori" di Feltrinelli dal 1970 al 1972 (il cui titolo "selvaggio" più noto è però Tuta Blu di Tommaso Di Ciaula, 1978) e pure la collana "collettivo" di Marsilio (insieme a Pietro A. Buttitta), dove venne pubblicato nel 1974 Nord e sud uniti nella lotta di Vincenzo Guerrazzi (recentemente scomparso, vd. Claudio Pannella su Alfabeta 2).
[2] Sanguineti, forse il primo interprete di Balestrini (il suo Come agisce Balestrini è del 1963), parlava del "linguaggio del sogno" e della mimesi allusiva di esso, nel suo Capriccio italiano, per mezzo di un "lessico francamente regressivo, di un sottoparlato oniroide che si articola entro una sintassi sbalordita e deficiente". Definiva lo stile dell'opera un "inferiore stile comico" (ovviamente nel senso classico di stile distinto dal tragico e dall'elegiaco) e il modo di narrare un "racconto 'per stazioni', successive, come direbbe Spitzer, che mima l'itinerario dell'anima" (vd. sopra la nostra analisi di VT come romanzo di formazione). Una lettura di Vogliamo tutto attraverso l'esperienza della neoavanguardia e del "gioco di stralcio e montaggio" è stata condotta da Umberto Eco in un noto intervento poi raccolto in Dalla Periferia dell'Impero; in questo abbozzo di parallelo tra Capriccio italiano e VT si insiste specificamente sulla fase della "coscienza" ovvero dell'"inconscio" individuale,  per contrastare l'immagine di un Balestrini che, dopo la "estremistica svolta extraparlamentare", pratica un estremistico "neorealismo di ritorno" appena movimentato dall'uso di lasse narrative (espressione, se non ricordo male, di Maria Corti, per descrivere la struttura a "blocchi" del narrare). Sanguineti stesso definiva quest'opera dalle multiple ascendenze e appartenenze "un curioso incontro tra neorealismo 'dadaistizzato' e dadaismo 'neorealistizzato".
Dal punto di vista ideologico infine tengo a citare ancora una volta Sanguineti, in profondo contrasto ideologico e artistico (ma non personale), con Balestrini dalla fine degli Anni '60: "una violenza [quella "nata dal '68"] piccolo-borghese, una violenza che non era affatto anarchica, bensì fascisteggiante. [...] Insomma, personalmente, quello che non mi convinceva era il "vogliamo tutto", che poi Balestrini ha sposato [...] E curiosamente, su questi problemi mi sentivo abbastanza vicino a certe posizioni di Pasolini, anche se non sarei mai arrivato a schierarmi a favore dei poliziotti [allusione al famoso pezzo su Valle Giulia]" (Fabio Gambaro, Colloquio con Edoardo Sanguineti, Anabasi, 1993).

2 commenti:

  1. grande libro, grande narrazione per capire quegli anni.

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  2. vale la pena anche ricordare il protagonista reale della vicenda Alfonso Natella, a breve pubblicheremo un suo video dove a Roma parla dell'operaio massa.

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