domenica 29 aprile 2012

Sulla "scrittura creativa" e il "talento"

Grazie alla risposta di Giulio Mozzi scopro un articolo di Silvia Truzzi sul Fatto Quotidiano dedicato alle scuole di scrittura creativa, dove si raccontano casi non edificanti e documentano i prezzi, tutt'altro che popolari, di alcune imprese (in particolare della Scuola Holden, rinominata "Scuola Holding"), tra cascami di citazioni letterarie ("bisogna essere assolutamente moderni, comanda il poeta") e sfiorite grazie di stile (la frase nella parentesi precedente continua con "interroghiamo quindi la sibilla contemporanea, Google"), evidentemente ritenuti necessari alla produzione di un pezzo appartenente al genere "cronaca pungente di fatti culturali". Pago dunque scrivo - il business della creatività si conclude con:
Per le altre arti esistono scuole come i conservatori: la letteratura, è sacrosanto non diventi un tabù. Però restano domande di non poco conto. Che vuol dire - oltre il fastidio della pretenziosa espressione - "scrittura creativa"? L'immaginazione si può insegnare? E il talento? Non sarà come il coraggio di Don Abbondio, che "se uno non ce l'ha, mica se lo può dare"?
La letteratura, lo conferma appunto questo contraddittorio brano, rimane un tabù. Sacrosanto. Un Conservatorio, un'Accademia di Belle Arti, una scuola di teatro possono quindi fornire d'"immaginazione", o altra comparabile virtù, l'iscritto musicista, pittore, attore, ma una scuola di scrittura creativa non può fare nulla per lo scrittore. Questa concezione del talento e della creatività letteraria, che "uno ce l'ha dentro da sempre e per sempre", è micidiale, e fa molti più danni di qualsiasi esoso e scadente corso. Contribuisce, tra le altre cose, a quel perverso sistema sociale costruito sulla titanica fiducia, la crepuscolare insicurezza e il "mondo ingiusto, incapace di riconoscere il mio talento" che porta, oltre le scuole di scrittura, a iniziative improvvide come il Festival dell'Inedito (vedi l'analisi dolente e acuta di Roberto Ciccarelli: Vuoi fare lo scrittore, paga?).
Qui non voglio scialarmi in troppi pensierini su tecnica e creatività, credo però sia incontestabile che per comporre una "sinfonia ben fatta" è opportuno apprendere i principi della composizione. Parallelamente per un "romanzo ben fatto" si studieranno i principi della costruzione della trama, della caratterizzazione dei personaggi ecc.. E per una "cronaca pungente di fatti culturali" che ceda al sovradosaggio di citazioni si dovrà imparare la sprezzatura arbasiniana.
Ovviamente so che, secondo definizione, "scrittura creativa è ogni genere di scrittura che vada al di là della normale scrittura professionale, giornalistica, accademica e tecnica" (Wikipedia italiano e inglese), e ovviamente non scialeremo neppure sui troppi problemi di tale definizione. Inoltre, nel contesto italiano, pare rilevante la parte occupata dalla "normale scrittura" tecnicamente attrezzata. Mozzi scrive nel pezzo sopra citato:
C’è chi si iscrive a un corso di nuoto per tenersi in forma; e chi si butta in piscina a nuotare otto ore al giorno perché spera – e qualcuno l’ha confortato in questa speranza – in una carriera agonistica. Lo stesso vale per la “scrittura creativa”: c’è chi desidera semplicemente “tenere in forma” la propria capacità di scrivere e di raccontare; e chi spera in una carriera da scrittore; e vi sono iniziative che si rivolgono ai primi e iniziative che si rivolgono ai secondi.
Nessuno alza il ciglio di fronte all'amico non gastronomo o poliglotta che s'iscrive a un corso di cucina o di russo. Con benevola condiscendenza facciamo anzi complimenti e plaudiamo per l'hobby e\o la passione in senso largo culturale. Consideriamo invece oltraggio intollerabile alla santità della Letteratura se qualcuno, a cui non riconosciamo lo status o almeno la potenzialità di "autore", si azzarda a frequentare un corso di scrittura creativa. 
In un altro scritto Mozzi nomina il caso di un anziano che voleva imparare a "scrivere meglio" per raccontare la storia della sua famiglia ai nipoti. E il fatto che non possiate leggere questa frase senza cedere al riso sardonico o alla patetica commozione conferma il problema per me principale: la bovaristica mitologizzazione della letteratura e del talento individuale.
Credo si potrebbe combatterli anche con l'inserimento ufficiale nei nostri studi della scrittura (e lettura) creativa. Ciò servirebbe pure a combattere la bassa qualità di alcune offerte e gli eccessi commerciali descritti da Silvia Truzzi.
Personalmente ho avuto la fortuna di seguire, a prezzi ancora stracciati (anche per gradito supporto dell'E.R.S.U.) e nel contesto di una più ampia formazione, tre corsi di lettura\scrittura creativa e prodotto una prova finale, grazie ai quali ho appreso tutto ciò che so e che so fare come scrittore (di umilissimo blog). I corsi erano denominati, con onesta dissimulazione, "Letteratura italiana", e la prova finale si diceva "Tesi". L'insegnante era Edoardo Sanguineti. La scuola si chiamava Università pubblica.

10 commenti:

  1. nessuna scuola può insegnare a scrivere, men che meno quelle che sono solo imprese commerciali.

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  2. E infatti, Cirano, scuola secondaria superiore, e università, fanno arrivare alla tesi studenti completamente disorientati in merito alla composizione di un testo, e non ci stupisce: nessun allievo si è allenato quel che si deve (in anni di studio) nella pratica scrittoria - lasciando stare i suoi aspetti "creativi"... ed è forse anche grazie a chi sostiene, si può immaginare, che "nessuna scuola può insegnare a scrivere"...
    erik

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  3. Più che chiedersi se una scuola possa o meno insegnare qualcosa come la scrittura, val la pena forse chiedersi se vi è un vero rigido criterio per riconoscere la "scrittura imparata" dalle altre, in particolare alla luce del fatto che, come in tutte le arti, i più grandi successi della letteratura altro non sono stati che dovuti all' innovazione.

    Casca proprio a pennello un articolo letto ieri sull Internazionale a proposito dell' Islanda, dove un vecchio proverbio afferma "metà del popolo islandese legge i libri che l' altra metà scrive".

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  4. Più o meno nelle stesse ore in cui tu, presumibilmente, scrivevi questo post, Christian Raimo a librinnovando metteva in discussione il progetto di self-publishing di Mondadori interloquendo con il responsabile (Brugnatelli, che lo faceva sembrare un progetto quasi no-profit) con un argomeno assolutamente analogo al tuo. Diceva, più o meno: se l'intento del progetto di self-publishing è fare talent scouting ed insegnare qualcosa ai giovani scrittori, allora per questo ci sono le università pubbliche dove si possono creare spazi per queste cose. Speravo di segnalare anche il video, ma non credo sia ancora disponibile.

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    1. Uh grazie del commento! Aspettiamo il video:) [btw, sei sempre in giro!]

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  5. Non mi sembrano comparabili fra di loro la scrittura e la composizione musicale. Sono strutturalmente diverse. Le gabbie rigide della seconda (che possono essere agevolmente aperte sia chiaro) sono proprio ciò che garantisce la possibilità di insegnare ed apprendere le tecniche di composizione musicale. In questo breve commento aggiungo in coda i complimenti che meriti e una sviolinata maestrale. Ti seguo da molto, e non c'è un post che non mi sia piaciuto (magari divento un po' scemo quando leggo quelli più tecnologici). Hai un affezionato lettore.

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    1. Grazie per il commento, le letture e i compliments:)

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  6. segnalo l'interessante post di Christian Raimo su librinnovando. In fondo si parla di letteratura, self-publishing, scuole di scrittura più o meno non-profit e ruolo dell'università.
    "Tutta la fortuna dello stare un sabato pomeriggio a Librinnovando in una Torvergata deserta (ps. la parte polemica è in fondo)" http://www.minimaetmoralia.it/?p=7672

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  7. Risposte
    1. ormai sono diventata una feticista di minimaetmemoralia... altro che i feticisti di rep :D

      cmq...tout se tient

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