lunedì 9 aprile 2012

Sovracondivisione Facebook indiretta (via app degli amici)

Le cose vanno più o meno così: su Boing BoingAntipopeArs Technica, o in un'inchiesta di grande quotidiano come NYT e WSJ, insomma su di un sito in lingua inglese attento a social media e privacy, esce un articolo che, per l'ennesima volta, fa venire i brividi. Qualche ora dopo (stimabile di solito tra le 3 e le 18), umili italici blogger lo rilanciano per il pubblico nostrano. Dopo un ulteriore lasso di tempo (stimabile tra le 6 ore e i 5 giorni, in media) la cosa arriva sulla colonna di destra di Repubblica e sul Corriere.
Per Girls Around Me. simpatica app da stalker, il nostro mainstream si è indignato nelle prevedibili stucchevoli forme e non ha informato criticamente. Una minima riflessione (copiata pure da Stross) sul modello di oversharing "necessario al funzionamento" dei social network "gratuiti" come Facebook e sui pericoli che esso comporta non la si offre. E non si tratta di finezze da nerd, perché Girls Around Me mostra con grande efficacia il "problema" nel classico inquadramento uomo perseguita donna ma con la sua avvenuta rimozione non si risolve di certo il problema.
E anche quando i quotidiani nazionali offrono pezzi meno episodici, ad es. su Repubblica Ecco come Facebook ci "vende" alle aziende (ispirato a un articolo del WSJ al solito doverosamente non linkato, Selling you on Facebook, con vendere senza virgolette, perché i quotidiani economici son più spregiudicati, è noto) si resta sempre al di qua di una minima analisi critica che, in forma ovviamente adatta a un pubblico generalista, offra al lettore un inquadramento serio (e, ove possibile, introduca pure alle "contromisure").
A. Flores d'Arcais descrive i mostri ma non ne svela la provenienza, nomina i pericoli ma non li spiega. Rimane in superficie, in un pezzo volutamente superficiale (al singolo giornalista non imputo infatti colpe, segue una precisa linea editoriale pelledocosa e brividosa). Eppure il WSJ, così ampiamente parafrasato, è lì a disposizione:
Questo desiderio di dati personali rispecchia una verità fondamentale su Facebook e, per estensione, dell'economia di Internet nel suo complesso: Facebook offre un servizio gratuito che gli utenti pagano, in effetti, fornendo dettagli sulle loro vite, amicizie, interessi e attività. Facebook, a sua volta, utilizza tale miniera di informazioni per attirare gli inserzionisti, i produttori di app e altre opportunità commerciali. [trad. Google Translate da me rivista]
Per giusto paradosso e contrappasso, nella tanto amata e ricercata descrizione degli orrori Repubblica, rifiutando un'informazione ulteriore al grido di Al lupo, al lupo!, riesce inefficace.
Esaminando un centinaio tra le più popolari "app" del social network più frequentato al mondo, ha scoperto che tra i dati personali richiesti ci sono non solo l'indirizzo email o la località, ma anche gli orientamenti sessuali, politici e religiosi. E non solo degli utenti che scaricano l'applicazione, ma anche dei loro "amici" di Facebook.
Lasciatemi infatti mostrare, con un'immagine e una citazione da Boing Boing (via Raganwald), il vero significato dell'ultima frasetta riportata.

Quando ti iscrivi alle applicazioni, il creatore dell'app ha il potere di estrarre tutte le informazioni personali dei tuoi amici, ammesso che le abbiano condivise con te. Quindi tutto ciò che condivi con i tuoi amici può essere aspirato via da una qualsiasi applicazione di cui i tuoi amici si fidino. Se preferisci non fare questo, vi è un'impostazione sepolta nel preferenze di Facebook. [trad. come sopra]
Se condividi solo con il collega Paolo un'opinione velenosa sul tuo capo Mario e Paolo (come il 90% degli utenti di Facebook) non guarda con attenzione quell'impostazione sepolta ricordata sopra e (come il 90% degli utenti di Facebook) consente senza problemi l'accesso ad applicazioni, può facilmente succedere che la BranchOut di turno disponga, in modo perfettamente legale, di questo contenuto riservato. Per terrorizzarti non credo vi sia bisogno di dire che Paolo e Mario potrebbero essere "amici su Facebook" (prova un po' a rifiutare l'amicizia al tuo capo) e pure Mario potrebbe usare la BranchOut di turno e magari essere interessato al tuo profilo...
Immaginare altri esempi, ulteriori al contesto lavorativo ma ugualmente imbarazzanti, è facilissimo. Oltre i singoli casi rimane il fatto che, sulla base di una tua mancata impostazione di una preferenza di privacy piuttosto arcana, una qualsiasi applicazione di un amico può accedere a una miniera di tuoi dati personali e usarli nei modi "più disinvolti". E tu, nell'attuale contesto, creato dall'accettazione del contratto con Facebook, e fondato su di un'oggettiva "incuria" (non hai regolato l'accesso alle app degli amici), devi riconoscere solo il tuo errore. Non puoi rivalerti sull'amico che ha fornito accesso a una app capace di leggere i tuoi dati più personali e non puoi rivalerti su Facebook.
L'unica cosa che puoi fare è andare a vedere in Facebook - Scegli le tue impostazioni sulla privacy - Applicazioni, giochi e siti Web - Modo in cui le persone condividono le tue informazioni con le applicazioni che usano (sì, forse è un po' seppellito) cosa condividi e correggere, a livello globale, le impostazioni.
Ma davvero spero che tu, pur aspettando tra qualche ora o giorno il pezzullo su BranchOut di Corriere e Repubblica, abbia già compreso come quell'app non sia il problema e non lo sia neppure la singola sezione della privacy di Facebook ora illustrata (che in ogni caso stai già controllando, vero?).

1 commento: