martirològio s. m. [dal lat. mediev. martyrologium, comp. del gr. μάρτυς -υρος «martire» e λόγος «trattato, discorso»] – Storicamente, elenco dei martiri che ciascuna delle diverse chiese cristiane primitive festeggiava, disposto giorno per giorno, secondo la data del martirio, più tardi arricchito di brevi note biografiche sui martiri stessi; [...] In senso fig., serie, elenco ideale di coloro che si sono sacrificati per una nobile causa.
Il sacrificio dei martiri ripete, moltiplicando la testimonianza, la Passione di Cristo. L'innocente condannato è vittima inerme di un potere ciecamente crudele e crudelmente cieco che si accanisce sopra di lui.
passióne s. f. [dal lat. tardo passio -onis, der. di passus, part. pass. di pati «patire, soffrire»]. [...] riferimento alla crocifissione di Cristo e alle sofferenze che la precedettero e l’accompagnarono. Scene della p., ciclo iconografico di ampiezza variabile con episodî della passione di Gesù; simboli della p., la croce, la lancia, i dadi, i chiodi, ecc., spesso oggetto di rappresentazione dal sec. 13° all’età del barocco, ecc.Con la formula del martirologio e della passione (qui presi nella loro verità di simbolo culturale) si possono fare film pretenziosamente orribili: primo tra tutti, naturalmente, The Passion of The Christ di Mel Gibson; e "onestamente" mercenari: si pensi al filone della nazixploitation (e a quello parallelo delle women in prison), in cui il nostro cinema commerciale "eccelleva".
Per estens., la narrazione evangelica della passione di Cristo (v. anche passio): la p. secondo Matteo, secondo Giovanni, ecc.; o la rappresentazione scenica di essa: la p. di Oberammergau, rappresentata ogni dieci anni (dal 1634) nella cittadina tedesca di Oberammergau.
E Daniele Vicari ci fa Diaz. Volendo imporre uno schema interpretativo si può leggerlo come un "film sui nazisti persecutori degli ebrei", con tutti i singoli episodi e figure al posto giusto: gli innocenti che per un caso impreveduto riescono a sfuggire (qui i ragazzi "black bloc" che si nascondono nel bar del "partigiano") e gli innocenti che, come Anna Frank, si nascondono e vengono scoperti (la giovane coppia tirata fuori da uno stanzino e picchiata a sangue); le umiliazioni in carcere che negano persino l'umanità alle vittime (tutta la parte su Bolzaneto) e l'immancabile "nazista meno cattivo degli altri" (Santamaria che chiama l'ambulanza per la ragazza gravemente ferita). Ma per quest'ultimo episodio il riferimento immediato è naturalmente Longino, e così risaliamo, anche nel cinema, all'origine, al "film sui romani persecutori dei fedeli". Torniamo quindi al modello fondamentale di ingiusto potere e ingiusta condanna della nostra cultura: il martirio dei primi cristiani e di Cristo.
Diaz è un film che si vuole storicamente determinato e accurato (e "legalmente oggettivo", ovvero riferisce -una parte di- ciò che è stato giudicato in sentenze, anche per ovvia necessità di tutela in caso di querele e quant'altro). Con perfetta unità di tempo, luogo e azione si concentra su di un singolo nucleo di episodi, che però viene inquadrato tanto stretto da far perdere quasi tutto il più ampio contesto storico e sociale. Questo accade, chiaramente, per scelta, per la ricerca di una disponibile "universalità" -e "spettacolarità"- del film, evidente già nella memoria dello spettatore un poco cinefilo che, ripetendo ancora una volta i riferimenti precedenti, durante la visione sentirà echi di Schindler's List o Quo Vadis o anche di Garage Olimpo di Marco Bechis. E uno spettatore che non abbia memoria filmica e storica, che non sappia nulla del G8, della Diaz e Bolzaneto, di ciò che li precedette e seguì, rimarrà comunque toccato dalla pellicola (da qui, sperabilmente, si volgerà verso altri testi per approfondire il senso di ciò che ha visto).
Una tale "decontestualizzazione" non riduce Diaz a un vago apologo sulla violenza. Chi non pretende indebitamente da esso un manuale di storia doppiato da un saggio critico e accompagnato da una requisitoria giudiziaria non può non leggervi una generosa denuncia della "più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale" (Amnesty International), avvenuta in Italia, a Genova, nel 2001.
Dal punto di vista tecnico il film mostra la sua vocazione popolare attraverso una costruzione attenta, con un perfetto dosare e scalare delle emozioni e dell'"intollerabile". In questo senso, e non come generico omaggio alla poetica del "punto di vista" va letta anche la costruzione alla The Killing di Kubrick (ricordata in una bella intervista dallo stesso Vicari): il tornare indietro e cambiare angolo servono prima di tutto allo spettatore per riuscire a "elaborare i fatti". Si veda ad es. come è preparato il lungo brano dell'assalto alla Diaz, con un mini flash-back messo tra l'entrata nella scuola (che fa già presagire il massacro) e l'assalto spietato. E si veda come i fatti di Bolzaneto vengano invece presentati in più scene, alternati al racconto di chi alla Diaz non c'era o è riuscito a fuggire e ora cerca di aiutare e documentare. In questo modo si vuole favorire nello spettatore anche una visione critica, non piegata alla sola commozione (la reazione principale di molti, e non solo dei "reduci di Genova", è di certo lo "stare fisicamente male").
Diaz è un film di compromesso, per ragioni di opportunità legale, politica, economica e anche artistica (pare esservi un consenso comune che le violenze all'interno della Diaz siano state volutamente alleggerite; "L’esposizione della violenza, cui sembra essere affidata una funzione di per sé valutativa, è tuttavia riduttiva rispetto ai fatti reali, quasi come se l’autore si sia contenuto per timore di apparire non credibile" così Enrico Zucca, Sostituto procuratore generale a Genova, pubblico ministero nel processo Diaz). Ma questo compromesso, oltre a essere (credo) inevitabile per una pellicola d'ingente costo produttivo, riesce infine alto e nobile, e il film merita la definizione, tristemente abusata, di "cinema civile".
Diaz non è un film di exploitation, né della crudeltà né dei sentimenti di pietà o di rabbia, non cede allo sfruttamento basso degli effetti e degli affetti che così potentemente (facendo leva sugli "archetipi culturali" segnalati) riesce a creare. Pudore e prudenza illuminano ancora di più il coraggio del compromesso e della verità. E con questa testimonianza della fede siamo naturalmente ritornati all'inizio.
Diaz - Don't Clean Up This Blood, regia di Daniele Vicari, con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Jacopini, produzione Fandango, Le Pacte, Mandragora Movie (sito del film, Wikipedia, Imdb).
Alcuni documentari
Un altro mondo è possibile, 2001, autori vari (Wikipedia, Imdb).
Solo limoni, 2001, di Giacomo Verde (presentazione sul sito dell'autore). Vedi su Vimeo.
Le strade di Genova, 2002, di Davide Ferrario et al. (Wikipedia, Imdb).
Carlo Giuliani, ragazzo, 2002, di Francesca Comencini (Wikipedia, Imdb).
Bella ciao, di Roberto Torelli, scritto con Marco Giusti (Imdb).
Genova 2001: G8 (Blu Notte), 2011, di Carlo Lucarelli. Vedi su Rai.it [richiede Silverlight].
Black Block, 2011, di Carlo A. Bachschmidt (Imdb). Vedi su Rai.it [richiede Silverlight].
The Summit, 2012, di Franco Fracassi e Massimo Lauria (Imdb) [da me non ancora visto].



aggiungerei Bella Ciao, forse il documentario più completo su quei giorni
RispondiEliminahttp://www.ngvision.org/mediabase/74
Hai ragione. Inserito, grazie.
Eliminabell'articolo. Aggiungerei alla lista finale "Solo limoni" Giacomo Verde.
RispondiEliminaQuesto non lo conoscevo. Grazie. Aggiunto.
EliminaTorno adesso dal cinema. Non riesco a fare un commento più intelligente di "Concordo anche con le virgole".
RispondiEliminaComunque, volevo consigliare due cose, anche se non si tratta di film:
http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/spettacoli_e_cultura/diaz-fumetto/diaz-fumetto/diaz-fumetto.html questo è un fumetto, edito da Guanda, l'autore, Christian, era nella Diaz e per altro è di qui, di Benevento.
http://condizioniavverse.org/sites/default/files/Scheda_SANGUE%20DAL%20NASO_artistica_tecnica.pdf Questo qui, invece, è uno spettacolo teatrale che ho visto quest'estate ed è stata una cosa veramente, veramente bella: se vi capita di incrociarlo dalle vostre parti, andateci.
Cheers.
eveblissett
Ciao, bellissimo post ;) aggiungerei alla lista anche OP - L'ordine pubblico a Genova http://emiliaromagna.indymedia.org/node/694
RispondiEliminaLaStrisia
Ciao, il tuo post è interessante... ho visto Diaz e l'ho trovato complessivamente, al di là di tutto, un ottimo film in tutti i sensi. Come molti ne ho letto anche parecchie opinioni e mi sento di dire che è bello che il cinema faccia parlare così tanto di se. La funzione dell'arte è questa, da qualunque punto di vista la si guardi.
RispondiEliminaA proposito, aggiungo alla lista questi altri tre documentari che ho trovato interessanti... anche perchè provenienti da "punti di vista" differenti:
"Detour"
http://www.youtube.com/watch?v=jtkwBnz1R08
"Maledetto G8" (L'espresso)
http://www.youtube.com/watch?v=IXXT_SDn8ek&feature=relmfu
"Il vertice maledetto" (La storia siamo noi - RAI)
http://www.youtube.com/watch?v=0qzQAEXUXKc
Lò
Grazie a tutt* per i commenti e le segnalazioni!
RispondiEliminaper contribuire alla diffusione dei documentari posso condividere il trucchetto per vedere i filmati su Rai.it senza passare da silverlight: andare sulla pagina dove è presente il filmato, visualizzare il sorgente (solitamente ctrl-u) e cercare la variabile "videourl".
RispondiEliminaSe si passa quell'URL a VLC è possibile vederselo comodamente senza passare dall'immondo plugin. Pare non funzionare con quello di Blu Notte ma sono sicuro che ci sia il trucchetto anche lì.
Ossequi all'autore dello splendido blog.
Ciao Jumpin', la tua recensione è tra le più complete e approfondite trovate in rete. Complimenti.
RispondiEliminaCondivido buona parte della tua analisi degli intenti stilistico-narrativi di Vicari, eppure ho trovato il risultato finale non all'altezza di quelle premesse. A tratti scialbo, distante e, quasi, confuso.
Non mi riferisco (troverei demenziale farlo) al fatto che non prende compiutamente in considerazione i fatti di Genova.
Mi riferisco piuttosto all'incapacità di elevare, in quella perfetta unità di tempo, luogo e azione di cui parli, i personaggi e le loro micro-storie a qualcosa di più di semplici macchiette stereotipate, presenze più finzionali che funzionali a un racconto votato a non ridursi a semplice fiction.
Eppure, per lunghi tratti, in quegli esterni giorno a comprendere un universo in febbrile, e più o meno consapevole, attesa del dispiegarsi dell'Evento-Diaz, ho percepito un vuoto, un incepparsi dell'intelligente meccanismo a flash-back, quasi una sua banalizzazione; una piattezza esaltata anche da certi dialoghi nelle scene di collegamento (il vecchio che prima vediamo salire in corriera, e poi cercare un posto dove passare la notte a Genova), quasi una messa in scena posticcia, trascurata.
La stessa irruzione alla Diaz, secondo me, seppure ricorra a buone trovate estetiche nel suo predisporsi (la polizia che si accalca all'esterno, ripresa dall'alto come un'informe creatura policefala, gigantesco e ripugnante insetto notturno che brama di entrare alla Diaz per divorarne gli occupanti), viene quasi banalizzata durante le fasi del massacro, dove mi è parso che il punto di vista da caccia all'uomo e messa a fuoco della sua intrinseca violenza (la vile manganellata su persone già inermi, il pestaggio con finale divertissement dell'estintore scaricato sul corpo esanime) abbia prevalso sulla possibilità di descrivere il terrore provato da chi da quella violenza si è visto travolgere (la stessa scena dei giornalisti nascosti dietro la porta mi è parsa una carta intelligente giocata male, di fretta).
Per concludere, la mia impressione è che Vicari non sia riuscito, in maniera abbastanza incisiva, a controbilanciare l'effetto fisico dello "stare male" sullo spettatore con l'elaborazione critica cui tu fai riferimento, e che la causa sia soprattutto un suo limite espressivo.
Forse il migliore nell'individuarlo è Francesco Migliaccio in questa sua analisi di Diaz:
"Nessuna immagine è nascosta e ogni abuso entra nel dominio del visibile perché il punto di vista originario non è quello degli occupanti (l’occhio della vittima è sempre all’oscuro, è sempre un poco coperto), ma quello dei carnefici"
http://www.alteracultura.org/?p=2594
sempre grato per gli spunti, mattpumpkin
Grazie Matt del ragionato commento. E' sempre un piacere leggerti anche per me (e così abbiamo fatto quelli che si scambiano i complimenti in rete:).
EliminaHo visto Diaz con negli occhi A.C.A.B. e Romanzo di una strage e l'ho trovato un ottimo film. Nell'attuale contesto, una volta chiarito il "compromesso alto", tendo a dire, molto banalmente, "ce ne fossero" .
Anch'io non sono convinto di certe scelte e su altre comprendo le tue critiche. In ogni caso sai bene che non vi è *un* modo giusto e "artisticamente ineccepibile" di descrivere l'assalto alla Diaz. L'occhio della vittima non è, a priori, "migliore filmicamente" dell'occhio dei carnefici, per rimanere sul tuo punto.
Vicari ha effettuato delle scelte di costruzione molto definite e ha mantenuto una coerenza stilistica per tutto il film, senza mai scadere nella faciloneria (exploitation della violenza ecc.).
PS: l'anziano (vecchio, dai su, un po' di gentilezza:) non sale in corriera (ma il dialogo con la donna che sale in corriera non è fenomenale, è vero).
In effetti, a onore delle tante recensioni positive apparse e lette in rete, quasi tutte ben argomentate come la tua, mi è venuta voglia di rivederlo "a freddo", per giudicarlo meglio. Isolandomi dal pieno di una scomoda sala al cinema, forse troppo coinvolta emotivamente da quelle immagini per lasciarmi la tranquillità di rimanere solo con il mio, di coinvolgimento.
RispondiEliminaSulla scena dell'irruzione credo ci sia molto da dire, anche in quel caso rivedendola con maggiore calma.
D'accordo con te sulla coerenza stilistica ricercata da Vicari, e sul suo merito di non scadere a bassi livelli di faciloneria da exploitation.
Un mio limite quello di non aver visto le opere "di confronto" che citi, che dovrò colmare.
a presto, m.
>Isolandomi dal pieno di una scomoda sala al cinema, forse troppo coinvolta emotivamente<
RispondiEliminaSì, credo vi sia differenza. Anch'io aspetto il dvd.
>Un mio limite quello di non aver visto le opere "di confronto" che citi, che dovrò colmare.<
Di solito si dice buona visione... Nel caso specifico giudicherai tu:)
Ieri ho visto Hunger e mi è venuta voglia di provare a riflettere sul perché mi abbia fatto un effetto così diverso rispetto a Diaz. Insomma, perché alla visione di Diaz i commenti ad alta voce di una tizia qualche fila più indietro mi hanno fatto digrignare i denti per il loro eufemismo quasi sacrilego ("bastardi", "che maniere"), mentre nel caso di Hunger il levarsi di un poderoso russare nel silenzio delle ultime scene mi ha sorpreso piacevolmente (oserei direi salvando la serata)?
RispondiEliminaHo ripensato subito alla tua recensione: innanzitutto Hunger mi sembra appartenere al tipo di martirologio orribile fatto suo da Mel Gibson. In realtà non ho mai visto la sua Passione, ma da quello che ne ho letto credo rappresenti la violenza in una maniera simile: morbosamente, in un eccesso esplicito che non suscita alcuna compassione, ma fa tutt'al più ribrezzo (penso ad esempio all'indugiare sulle piaghe da decubito di Sands, ma anche alle scene dei pestaggi). (Strano anche come il regista faccia dire a Sands di non voler diventare un martire, e poi lo trasformi praticamente in un Cristo del Mantegna.)
Mi chiedo tra l'altro se sia giusto attribuire il termine martirologio a Diaz, o se non sia utile fare un'ulteriore distinzione: in Diaz non ci sono martiri che si sacrificano consapevolmente per una causa, ma per l'appunto vittime innocenti e inermi su cui la ferocia si abbatte in modo inaspettato e gratuito, quasi incomprensibilmente. Vittime per caso, anonime: forse anche per questo è più facile provare empatia per loro, e rimanere colpiti visceralmente dal sopruso rappresentato.
In realtà già alcune scene iniziali di Hunger mi hanno irritato, anche se non mi intendo abbastanza di cinema per spiegare bene il motivo: ma ad esempio l'insistenza sulle nocche sbucciate del secondino, dopo l'ennesimo primo piano con fiocchi di neve inclusi, mi ha come rotto l'incantesimo dell'immersione e ha contribuito a mettermi in modalità "visione scazzata" per il resto della pellicola. Per Diaz non ho appunti da fare in questo senso, anche se sono d'accordo che rivederlo in dvd potrebbe farmi cambiare idea. Gli unici punti che sono sembrati deboli ai miei gusti da profano sono la scena dell'arrivo di La Barbera in aeroporto (con battuta di benvenuto) e la scena in cui il matusa (:D) parla con un poliziotto dopo essere stato portato in ospedale.
Alla fine comunque, anche con gli appunti che gli sono stati mossi da Agnoletto in merito all'aderenza ai fatti, lo trovo davvero un bel film e mi dispiace non averlo visto una seconda volta mentre era ancora in sala.
Marco
Ah no aspè! :) io parlavo di un'altra "fame", quella girata da Steve McQueen. Sarebbe forte una recensione parallela con Hunger Games!
EliminaCmq da persona che non ha mai riflettuto molto sui film (e in genere), mi sto accorgendo che è affascinante cercare di capire come i vari modi di narrare storie, e i vari generi, possano provocare risposte così diverse a livello emotivo: anche tra due film che denunciano entrambi la violenza del potere con immagini esplicite. E anche il modo in cui persone diverse ricevono in modo completamente diverso lo stesso film: ad esempio mi ha stupito leggere (nei commenti al post linkato da mattpunmpkin) che ad alcuni Diaz è sembrato un film di Tarantino.
Ad Hunger ci penso ancora, e leggendo i commenti entusiasti in giro mi chiedo se non l'ho "got it wrong" completamente... resta il fatto che mi è sembrata assai più significativa (politicamente e umanamente) la biografia "Nothing but an unfinished song".
W i dvd :)
Marco
Scusa! Colpa mia!
EliminaRiguardo a quello che scrivi, un film non è diverso da un'opera letteraria o teatrale (o anche da un videogioco). E per quanto sia banale ripeterlo: ognuno arriva in sala (o dentro un libro) con una sua ideologia e un suo "contesto", che vengono "alterati" o "confermati" dall'opera.
Su Hunger e Nothing but an unfinished song vorrei poterti dare un parere. Purtroppo non ho visto il primo e non ho letto il secondo.
bel pezzo.
RispondiEliminal'ho segnalato qui nei commenti: http://www.casoesse.org/2012/04/17/diaz/
@marabou3