giovedì 12 aprile 2012

Bar Sport - libro di S. Benni e film di M. Martelli

[Nei giorni scorsi ho riletto Bar Sport di Stefano Benni (1976), per prepararmi alla visione (in dvd) del film omonimo diretto da Massimo Martelli e interpretato da Claudio Bisio, Antonio Catania e Giuseppe Battiston. In questo post tratto delle due opere e dei loro rapporti.]
Bar Sport di Benni è uno dei testi più noti e celebrati della nostra letteratura comica contemporanea. Utilizza il modello strutturalmente lasco del "luogo d'incontro dei destini" (qui il Bar Sport, in altri casi si preferisce il Grand Hotel, la stazione ferroviaria, il parco) per descrizioni di personaggi e oggetti "tipici" del luogo (dal tecnico al cinno, dal telefono al biliardo) e per innestarvi storie quasi del tutto indipendenti, dalla "seratina" del playboy ai racconti sportivi di ciclismo (Il Grande Pozzi) e calcio (Viva Piva). E' possibile ritrovare un'unità superiore di stile e composizione, allargando la visione dal bar alla "vita di provincia" in Emilia Romagna, rimane però chiaro come Bar Sport non voglia essere un romanzo comico alla P.G. Wodehouse (ad es. Right Ho, Jeeves, recensito qui) con intreccio, caratteri, dialoghi "tradizionali".
In Bar Sport ci sono figure, racconti e "scenette" autosufficienti, non personaggi e trama con "sviluppo lineare". In questo il volume è simile ad altri grandi testi comici della nostra letteratura che lo precedono e seguono, tutti (nonostante l'eventuale etichetta di genere "romanzo") piuttosto indifferenti se non del tutto refrattari alle regole del "romanzo ben fatto". Penso subito ad Achille Campanile, a Fantozzi di Paolo Villaggio (alto prototipo del genere piuttosto malfamato "instant book del comico tv"), a Le balene restino sedute di Alessandro Bergonzoni. Ciò accade sia per ragioni "storico-editoriali", da noi gli scrittori comici si fanno per lo più notare pubblicando in rivista (od odierno corrispettivo) singoli racconti e "pezzi di bravura" che poi vengono ampliati e raccolti in volume, senza che vi sia necessità di una rigida struttura narrativa, sia perché tra le giocose doverose licenze, ovvero "regole", del comico vi è spesso quella di non obbedire alle regole del romanzo ben fatto, con personaggi volutamente privi di coerenza e "sviluppo", situazioni inverosimili, zeppe e falle narrative. Tutte, naturalmente, rivalutate e riscattare in riso.
Il primo grande maestro di queste strategie antiromanzesche e di un uso felicemente inventivo del linguaggio (naturalmente non limitato al solo brio lessicale) è stato Campanile, mentre autori come Villaggio si sono maggiormente concentrati sullo "sguardo sociologico", su racconti comici centrati sopra uno o più personaggi che presto si costruiscono intorno un linguaggio e un mondo, un sistema di valori (o anti-valori). Benni si trova all'incrocio di queste due tradizioni, non ha un personaggio forte come Fantozzi ma trova nel bar (il suo "ufficio del ragioniere") un ambiente ideale per la generazione di effetti, singoli e ripetuti, e quindi per l'umorismo di osservazione (modulato quasi sempre in iperbole e "surrealismo all'italiana"). Al tempo stesso Benni rifiuta di chiudersi nella satira dei costumi troppo puntuale e localizzata (ciò contribuisce, per inciso, al buon invecchiamento del testo, ancora oggi quasi sempre di immediata comprensione nei riferimenti), aprendo a un "comico di linguaggio" ragionante e a esperimenti narrativi, o per lo meno a tecniche non usuali di racconto, non di rado felicissimi (il brano magistrale della "seratina" è tutto giocato sulla giustapposizione tra narrazione in prima persona del playboy che al bar le spara sempre più grosse e "i fatti", racconto pseudo-oggettivo della serata sempre più disastrosa, insomma tra i "due fratelli napoletani benzinai dell'Agip, i Di Bella" e "i fratelli Di Bella, ramo petroli").
Bar Sport è un testo comico di grande qualità capace di divertire il suo lettore (insieme al suo sequel del 1997, Bar Sport Duemila) e non è un testo immediatamente traducibile in sceneggiatura per un film comico "normale", "molto italiano" (direbbe Stanis di Boris), con i personaggi stralunati quanto si vuole ma sempre ben etichettabili e "immedesimabili", con le peripezie di trama e la commedia degli equivoci e le conseguenti scenate che poi si chiudono in baci e abbracci e ci vogliamo più bene di prima, con la morale e la consolazione in coda, e però sempre una punta di malinconia.
Massimo Martelli ci prova lo stesso. Con Claudio Bisio e con l'idea di farne una specie di Benvenuti al Sud (o al Nord) in Amarcord. In fondo si ha lì pronto, già nei volti degli attori di contorno e nell'ambientazione, tutto il pupiavatismo più militante e il modello degli Amici del Bar Margherita (2009) pare fatto apposta per essere ricalcato, ripreso in caricatura surreale. Naturalmente la nostalgia per il passato va spostata un po' più avanti, per gli Anni 70 in versione non terroristica ("anni di piombo") ma irenica, alla "peccato che certe cose si siano perse", con profondi rimpianti cinefili per Edwige Fenech e tecnologici per il telefono a gettoni.
Il tentativo fallisce per estrema stanchezza del modello e della ripetizione di esso e il film risulta un'epitome di tutti i peggiori difetti della nostra commedia. Inoltre si ritrova "sotto" (come soggetto di sceneggiatura) un testo riottoso a venir costretto negli schemi del ritrattino della vita di provincia. Ogni tanto lo si sente urlare "No, il bozzetto non lo voglio più fare!" (cit. Arbasino) e si soffre per lui.
Lo spettatore che sia anche lettore di Benni prova infatti un duplice disagio: subisce un film che, nonostante singole trovate formidabili (ovviamente pezzi di bravura di Benni citati spesso alla lettera dal voice-over narrante), non appassiona e non diverte; e soffre per la pessima "traduzione visuale" di un testo validissimo. Si veda, per citare brani già nominati, la riproposizione in cartoni animati legnosissimi (e integrati in modo pessimo nella "vicenda principale", come facilmente prevedibile) dei racconti di Pozzi e Piva, e la serata del playboy di provincia, appesantita pure da Teo Teocoli, una delle tante inutili guest star del film, inadatto alla parte per chiarissime ragioni anagrafiche (l'attore nasce nel 1945 e nel 1976, anno di pubblicazione di Bar Sport, recitava in Sturmtruppen).
Questo fallimento lo si comprende già in pieno dalla scena iniziale, una rielaborazione per troncamento del prologo di Bar Sport, surreale "lezione di storia" che parte dagli "uomini primitivi" e attraverso antichi Romani, Medioevo, Rivoluzione Francese arriva al presente. Il film non può permettersi di seguire tutto l'excursus e quindi rende solo il décor primitivo. La parodia etno- e storio-grafica di questo incipit (peraltro non tra le vette dell'opera) è di per sé d'ardua traduzione in immagine, ma se si limita il "numero" all' "uomo primitivo" si perde tutto il senso dell'apertura, di questa "breve storia dell'uomo dalle origini ai giorni nostri", che indica, diciamo così, l'universale valore antropologico del "Bar Sport". La pellicola, isolando il primissimo brano del libro, produce inoltre un raffronto, purtroppo comicissimo, con il prologo di 2001 Odissea nello Spazio. Se l'eco della citazione è voluta, testimonia di una ricerca del martirio, se è inintenzionale, riesce comunque insostenibile.
Il consiglio conclusivo, e molto prevedibile, è quindi di leggere i due Bar Sport di Benni, e qualora si desideri un corrispettivo cinematografico della sua arte rimane sempre a disposizione Musica per vecchi animali, 1989, diretto dallo scrittore stesso (e da Angelucci) e con cast di assoluto culto (Dario Fo, Francesco Guccini, Paolo Rossi, Carlo Monni).

Stefano Benni, Bar Sport, 1976, Mondadori ora Feltrinelli (Wikipedia).
Bar Sport, 2011, film diretto da  Massimo Martelli con Claudio Bisio, Antonio Catania e Giuseppe Battiston (Wikipedia, Imdb).

4 commenti:

  1. Bel pezzo!
    Bar Sport è uno dei miei libri preferiti, scoperto quando ero in terza media e riletto con piacere tante volte. Il suo seguito, "Bar Sport Duemila", secondo me non regge il confronto con l'originale, così come le ultime produzioni di Benni paragonate a pilastri come "Baol", "Comici Spaventati Guerrieri", "La compagnia dei Celestini" eccetera. Forse l'ultimo grande romanzo è quello sul tizio che leggeva i manoscritti (non ricordo il titolo).
    Non sapevo che avessero osato fare un film da "Bar Sport", mentre cercherò di trovare il film che hai citato a fine pezzo e che non ho mai visto.

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  2. Ho evitato la visione del film, primo per le considerazioni che fai tu (l'altissima improbabilità che la trasposizione in cinema di Bar Sport potesse non far cagare) e secondo per una regola pressoché universale del cinema italiano, sulla quale amerei sentire un tuo commento. Detta regola pressoché universale recita più o meno così:
    quando in un film italiano figurano uno o più comici televisivi, quasi certamente il film è (per dirla con Renè di Boris) una mmerda.

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    1. Diplomaticamente dirò che quasi tutti i comici al cinema sono(anche o prima di tutto) comici televisivi. E questo per ovvie ragioni. Ci sono davvero molte brutte commedie, ma prima di "dare la colpa agli attori" in questo e in altri casi guarderei a cose come la sceneggiatura e la regia.

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    2. Non intendevo stabilire un rapporto di causa effetto tra presenza del comico e bruttezza del film; semmai l'esatto contrario: voglio fare un film brutto e l'unica cosa che potrebbe spingere qualche malcapitato a entrare in sala è la presenza del comico famoso -- o, in casi più rari: sono un comico famoso e mi credo regista e sceneggiatore.

      Faccio molta fatica a trovare l'eccezione, il film veramente bello in cui si sia scelto di far recitare questo o quel comico.

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