Questa è un'umile recensione cinematografica che col cappello (in mano) iniziale ha sì chiamato dentro la Storia, ma con l'intenzione di tenersi al possibile lontana dal dibattito (para)storico e (para)politico (non ci riuscirà). E' invece utile storicizzare il genere molto italiano di "cinema politico e civile", guardando al percorso dello stesso Giordana. Il regista inizia a trattare de "gli Anni Settanta" già nel 1980-1 con i suoi due primi film, Maledetti vi amerò e La caduta degli angeli ribelli, oggi obbligatori in apertura di ogni rassegna sul terrorismo insieme a La tragedia di un uomo ridicolo di Bertolucci e Colpire al cuore di Amelio. Alla terza prova, nel 1984, dirige per la tv forse la sua opera migliore, Notti e nebbie, ambientato a Milano sul finire della Repubblica di Salò, epoca poi ripresa in Sanguepazzo. Mentre "gli Anni Settanta" ritornano in Pasolini, delitto italiano e I cento passi, oltre a essere fondamentale capitolo de La meglio gioventù. Giordana è considerato un regista rumorosamente civile, erede della tradizione di Rosi e ancor più di Petri (per citare due poli d'attrazione), che in Romanzo di una strage si vuole però sobriamente classico.
Un'ampia parte del cinema civile italiano capitalizza su: a) il meccanismo dell'inchiesta e dello smascheramento, infine sempre bloccati prima di giungere alla Verità Ultima e di riuscire a fermare il Burattinaio; b) la virata in grottesco allegorico, per mostrare l'Assurdo del Potere e in simbolo la Struttura della Società; c) la deriva empatica, nell'immedesimazione con i personaggi e le loro Passioni e Pulsioni, di Vita e di Morte.
In Romanzo di una strage il primo elemento è ben operante, il secondo programmaticamente assente (escluso che per la scena, in fortissimo stacco stilistico con il resto del film, della madre di Pinelli in arrivo all'ospedale), il terzo imborghesito in umana comprensione di ogni posizione, con l'eccezione, forse, dei neofascisti che mettono la bomba "cattiva" a Piazza Fontana (per le due bombe vedi sotto). Tutti fanno la loro bella figura, persino Junio Valerio Borghese che appunto in contrapposizione agli unici "incompresi" ha una scena da Guerriero dell'Ideale che il Nero nel Romanzo Criminale di Placido se la sogna. Cito il dialogo con Stefano Delle Chiaie:
Borghese [con sdegno] Sti pazzi su a Milano ma cosa hanno combinato! Avevano detto un fatto clamoroso e sarebbe questo! Una strage di civili!Un dialogo del genere può essersi svolto nella realtà, ciò non toglie che nella messinscena filmica costituisca un'oggettiva eroicizzazione del personaggio. E a questo punto occorre riportare un'altra citazione, da Wikipedia (tra parentesi, non certo un modello di accuratezza per la nostra storia contemporanea, ma le righe qui sotto mi paiono esatte):
Delle Chiaie E' la guerra, Principe.
Borghese [scatta in piedi] Taci! Non usare quella parola! I soldati possono dirla, i macellai no!
Il processo si concluse il 17 febbraio 1949 con una sentenza che dichiarò Junio Valerio Borghese colpevole del reato di collaborazione militare con i tedeschi per aver fatto eseguire ai suoi uomini «continue e feroci azioni di rastrellamento» ai danni dei partigiani che, di solito, si concludevano con «la cattura, le sevizie particolarmente efferate, la deportazione e l'uccisione degli arrestati», allo scopo di rendere tranquille le retrovie dell'esercito invasore, e per concorso nell'omicidio di otto partigiani a Valmozzola, condannandolo alla pena prevista per tali reati, due ergastoli." (pena poi in vario modo diminuita come potete leggere nella voce).Tutto è conciliato in Romanzo di una strage. I dialoghi e i gesti sono sempre misurati, e a esemplificazione di come ciò sia difficile da accettare per lo spettatore vedi la mia pustilla Scalfari ha visto un altro Romanzo di una strage, dove mostro gli incredibili errori di descrizione del film compiuti dal grande giornalista e protagonista di quegli anni, che non riesce, fisicamente-intellettualmente, a percepire tutta questa serenità e pacatezza di modi e parole.
Ognuno recita la propria parte con coerenza e onestà, rese disponibili allo spettatore in quanto epifenomeno dell'eterna ripetizione \ prolungata decantazione del "film sugli Anni Settanta". E lo si vede già nel volto degli attori: Fabrizio Gifuni interpreta Aldo Moro e ricorda Roberto Herlitkza in Buongiorno, notte di Bellocchio, e ancor più quello che ormai chiaramente è il suo altissimo modello attoriale, Gian Maria Volontè, in Il Caso Moro di Giuseppe Ferrara, che a propria volta voleva attivamente dimenticare il ben diverso "Moro" di Todo Modo di Petri.
Ognuno svolge il proprio ruolo con impeccabile coscienza del dovere: il servitore dello stato alla luce del sole fa il suo, il servitore dello stato nelle secrete stanze pure, il giornalista anche, e così l'anarchico e così il fascista. In questa classicità che tira alla tragedia greca ogni delitto accade doverosamente fuori scena e per la catarsi del "fatalismo" complottista non si sa mai bene chi l'abbia commesso, in continua oscillazione tra il nessuno e il tutti e due.
Negazione, raddoppiamento, conciliazione e paranoia tutti insieme allo stesso tempo, a testimonianza del fallimento di un progetto di cinema criticamente attrezzato e maturo.
L'agente della Celere Antonio Ammarumma è ucciso da manifestanti o è vittima di un incidente? La bomba (le bombe) di Piazza Fontana è (sono) opera di? (vedi dopo). L'anarchico Giuseppe Pinelli cade da solo o è defenestrato? L'editore milionario e rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli muore sul traliccio per sfiga o per omicidio? Il commissario di Pubblica Sicurezza Luigi Calabresi è ucciso da Lotta Continua o da "forze oscure" preoccupate dalle sue inchieste su depositi d'armi e d'esplosivi nei pressi di Gorizia?
Questa "mancanza di chiarezza" è solo in parte motivata da comprensibili ragioni di tutela legale nel caso di accuse non dimostrate in sede giudiziaria (su Pinelli è ad es. ragionevolissimo sospettare che il film non condivida troppo "l'inchiesta conclusa nel 1975 dal giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio [che] ha escluso l'ipotesi dell'omicidio, giudicandola assolutamente inconsistente") o al contrario passate in giudicato e forse non condivise (per l'omicidio di Calabresi, com'è a tutti noto, sono stati condannati Marino, Bompressi, Pietrostefani e Sofri di Lotta Continua, organizzazione che nel film compare solo con alcune copie di giornale sopra un tavolo in una singola scena).
Nel film non si decide nulla, perché per la conciliazione e la catarsi tutto deve accadere fuori scena e soprattutto "tutto", "il contrario di tutto", e "tutto e il contrario di tutto" potrebbe essere accaduto.
Come si vede anche, con fiero sprezzo del ridicolo, quando Pinelli quasi-dice a Calabresi il famoso "è la fine dell'anarchia!" (espressione notissima, insieme al "balzo felino", delle ricostruzioni di polizia). La frase è infatti virata al condizionale "Se fosse così [se Valpreda avesse confessato] sarebbe la fine dell'anarchia" e Pinelli subito aggiunge "Io non ti credo" (non crede che la confessione di Valpreda sia vera).
Sulla strage di Piazza Fontana non si decide tra anarchici e fascisti, tanto meno sui rispettivi "manovratori", anzi vi sono due bombe, anzi due diverse ipotesi sulle due bombe, come da colloquio finale tra Calabresi e Federico Umberto D'Amato (direttore dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno). Per il commissario vi è una bomba anarchica e simbolica di gelignite, messa da Valpreda e destinata ad esplodere a banca chiusa; e una seconda bomba stragista di tritolo fascista messa da un sosia di Valpreda. Per D'Amato, che in tutto il film è presentato come il Custode dei Segreti e quindi si prende lo spiegone finale, naturalmente subito denegato e ridotto a fantasia (come pure quello di Calabresi, naturalmente) "non solo due borse, due bombe ma anche due cordate diverse": la prima bomba simbolica da attribuire a Valpreda, e invece collocata da un sosia di Valpreda, è ben stimata dalle istituzioni per una svolta autoritaria. "Ma a livello internazionale qualcuno pensa che non basti, pensa a una dittatura vera come in Grecia. Sono questi a mettere la seconda bomba", "Questi chi?" chiede Calabresi e la risposta comprende la "parte più oltranzista della Nato", "ordinovisti veneti" e compagnia brutta.
Questo esaurimento storico e questo delirio interpretativo derivano dal libro a cui è "liberamente ispirato" il film, Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli; dalla sceneggiatura di Rulli e Petraglia, la coppia d'eccellenza del nostro "cinema civile"; e dal rapporto tra i due (sempre per l'estetica del raddoppiamento...). Sul libro di Cucchiarelli Giorgio Boatti, autore di Piazza Fontana (Einaudi, 1999), ricordando anche l'intervista a Mario Calabresi citata sopra e quindi il presidente Napolitano, scrive:
Ne “Il segreto di Piazza Fontana”, il libro su cui sono stati acquisiti i diritti per il film, non solo le bombe posate in banca sono due ma sono anche di opposta matrice. Anarchiche e neofasciste.Sul libro e le incongruenze tra questo e il film scrive Adriano Sofri (che ha finito recentemente di scontare la pena per l'omicidio di Luigi Calabresi, delitto del quale si è sempre dichiarato innocente, sebbene in anni recenti se ne sia assunto la "corresponsabilità morale") :
Per Cucchiarelli Valpreda porta in banca una bomba civetta e dietro di lui, un terrorista nero avvolto nell’ombra, deposita l’ordigno micidiale che farà la strage. Due bombe, ma non solo. In un delirio di sdoppiamento il libro teorizza anche due autisti – uno è il taxista destinato ad essere il teste d’accusa decisivo contro Valpreda, l’altro sparisce nel nulla – che accompagnano a destinazione i corrieri delle bombe.
Due trame stragiste, due bombe, due bombaroli, due autisti, doppi testi d’accusa e di difesa: questo è quanto viene delineato ne “Il segreto di Piazza Fontana” senza che vi siano asseverazioni di fonti, testimonianze individuabili, verifiche inconfutabili. La verità sulla strage si trasforma in un sdoppiamento di soggetti che si moltiplicano con geometrica espansione sino a diventare la folla indistricabile di neri e rossi, terroristi e agenti segreti, anarchici e neofascisti, mandanti e manovali. [...]
Anni di lavoro, libri e ricostruzioni inoppugnabili sulla matrice nera della strage, rischiano di stemperarsi – come ha detto Mario Calabresi, direttore de “la Stampa” nell’intervista al Corriere della sera – in “una nebulosa oscura…Invece la verità storica c’è, eccome. Noi oggi, come ha detto il presidente Napolitano, sappiamo chi è stato, e perché. Conosciamo le responsabilità oggettive e morali. Sappiano che è stata la destra neofascista veneta, conosciamo complicità e depistaggi dei servizi deviati e dell’Ufficio Affari Riservati, sappiamo che nel Paese esistevano forze favorevoli a una svolta autoritaria”. Ma il film, ha detto Calabresi dopo averlo visto, “ti lascia la sensazione che non sappiamo niente, che non abbiamo né verità né giustizia”.
Del libro, penso di aver raramente avuto per le mani una tale farragine di errori di fatto, dovuti all’ignoranza di documenti fondamentali, e di illazioni oltraggiose, e mi propongo di dimostrarlo senza lasciare dubbi. Il film, che suscita in me pensieri e sentimenti diversi, è importante e certo destinato a dare la versione più influente su una vicenda così lacerante. Ma da subito ti [Fabio Fazio] pongo questo problema: se si possano accostare e raccomandare insieme un libro in cui Valpreda va in taxi a mettere la sua bomba nella Banca dell’Agricoltura (sia pure immaginando che scoppi a banca vuota), Pinelli è a parte del piano di esplosioni simultanee (sia pure andando rocambolescamente in extremis a farne disinnescare un paio), Calabresi è nel suo ufficio quando Pinelli ne precipita, e sono lui o Panessa a provocare la precipitazione; mentre nel film Valpreda (salvo che io capisca male) non va a mettere la bomba, Pinelli è affatto ignaro e innocente, Calabresi è senza dubbio fuori dalla sua stanza. Ho citato solo tre punti essenziali, sui quali la divergenza è clamorosa. C’è bensì una tesi di fondo sulla quale il film ha voluto seguire il libro, e che io considero delirante: che la bomba della strage (e, nel libro, tutte le altre di quel 12 dicembre, e probabilmente anche numerose altre che costellarono i mesi precedenti) sia stata “raddoppiata”, una bomba senza intenzioni micidiali, un’altra che cercava il massacro; un attentatore anarchico o finto anarchico, un altro attentatore fascista e vigilato dai servizi; una borsa con la bomba, e una seconda borsa depositata accosto alla prima; un taxi di Rolandi, e un altro taxi… Due di tutto. Tu [Fabio Fazio] hai accennato alla cosa all’inizio parlando “della bomba, e probabilmente due” di Piazza Fontana. Non ci furono due bombe. [vedi nota in fondo per 43 anni]Constato che, contrariamente ai buoni propositi dell'inizio, sono sprofondato nel dibattito storiografico, ma è inevitabile per un film che si vuole proporre come storicamente autorevole e si appoggia a una fonte che da non specialista definirò "oltremodo dubbia" e a una sceneggiatura capace solo di allargare i buchi che vorrebbe rattoppare.
E se in queste due ultime e lunghe citazioni ci siamo concentrati sul clamoroso raddoppio delle trame intorno alla bomba di Piazza Fontana e sullo sconforto che personalità molto diverse provano di fronte a questa "ricostruzione", prima si è mostrato il processo obnubilante che hanno subito gli altri "episodi".
Sofri riesce purtroppo veritiero profeta quando scrive che un tale guazzabuglio (def. mia) è "destinato a dare la versione più influente su una vicenda così lacerante". E ciò rende sì Romanzo di una strage "un film importante", ma per le usuali ragioni di teratologia storico-sociologica italiana. Nella terra assaltata del "film sugli Anni Settanta", nella terra guasta del "sogno della conciliazione" che per tragica ironia si trasforma sempre in "incubo della paranoia".
Romanzo di una strage, regia M.T. Giordana, con V. Mastrandea, P. Favino, L. Chiatti, M. Cescon, F. Gifuni, produzione Cattleya, Rai Cinema (Wikipedia, Imdb). Uscita nelle sale 30 Marzo 2012.
nota: il 30 Marzo 2012 Adriano Sofri ha reso gratuitamente disponibile su web il testo 43 anni (sito, link diretto al pdf) su Piazza Fontana e la ricostruzione di Cucchiarelli.
sono ancora furente.
RispondiEliminala costruzione dei due santini speculari di pinelli e calabresi è una delle cose più false e schifose che mi siano capitate di vedere.
la realtà storica iscrive calabresi, al pari di allegra e guida, nel registro dei più attivi depistatori, prima e dopo la morte di pinelli.
la ricostruzione m'ha dato un fastidio fisico che ancora non riesco ad elaborare del tutto.
scusami e grazie dello spazio.
Non vorrei che questo commentario finisse in luogo di rissa per le "opposte fazioni".
RispondiEliminaMi permetto quindi di chiedere a tutti misura. Sia quando si espongono fatti che opinioni.
Il perché di questa richiesta risiede ovviamente nella prima frase del post qui sopra...
Grazie a tutti della comprensione.
Caro, non ho voluto leggere la tua rece senza prima vedere il film, per non farmi influenzare.
RispondiEliminaL'ho letta adesso e sono d'accordo su quasi tutto, ho avuto le tue stesse perplessità, ma mi sento di dover aggiungere un'osservazione.
Tu dici: "Favorito dal ruolo di Santo Anarchico giganteggia Favino, anche se forse (...). E pure tutti gli altri, da Mastrandea..."
Ai miei occhi (ma questo non è un parere in alcun modo tecnico, che non saprei dare) è Mastandrea che giganteggia. E, ad essere sinceri, ho visto più Volontè in Mastandrea che in Gifuni. Anzi, onore al merito a Favino, che ha saputo tener testa con la sua interpretazione a contanto personaggio senza scomparirgli accanto.
Sembra una precisazione da nulla ma non lo è. Trovo molto realistica la ricostruzione che il film fa degli atteggiamenti diversi dei due personaggi, Pinelli e Calabresi (realistica, ovviamente, lo dico per modo di dire, trattandosi di due persone morte prima che io nascessi - un realismo metaforico, metonimico, tutto quello che vogliamo). Ma il fatto è che, agli occhi degli spettatori, questo estremo rispetto per entrambi finisce per non essere equanime come lo si era forse progettato. Mi spiego meglio: Pinelli, nel film, è come tu dici "il Santo Anarchico". Ha gli atteggiamenti dell'uomo di sinistra: tratta la moglie da pari a pari, scazzandocisi pure e poi riconciliandosi, va in giro su un vecchio motorino. Calabresi è quello di destra: cerca di tener fuori la moglie il più possibile, mentre le fa scodellare un figlio dopo l'altro L o dico, ovviamente, senza offesa per i figli: questo è quello che il film mi mostra, una donna il cui unico ruolo è essere perennemente incinta accanto al marito - lei si preoccupa, e lui, tornato a casa il mattino dopo: "Ma no, perché non dormi?".
[segue]
Ora, ai miei occhi di persona un po' preparata (e anche un po' ideologizzata), può anche essere lodevole questo sforzo di mostrare un'umanità anche nell'altro (anche se poi questa umanità è negata al povero Valpreda, che rimedia una figura barbina veramente ingenerosa). Ma se mi metto nei panni dei miei alunni a cui sicuramente questo film verrà mostrato, cosa vedranno loro? Un uomo, Calabresi, alle prese con i veri problemi di tutti i giorni: la casa, i problemi sul lavoro, le responsabilità. E l'altro, uno che non lavora mai (si dice che lavoro fa, ma non si vede mai lavorare), il cui unico rapporto con le figlie visibile è aiutarle in astrusi problemi di calcolo (un ferrovviere che conosce l'aritmetica? roba da anni Sessanta!), va a sentire le conferenze per il puro gusto di informarsi anche su chi non la pensa come lui, uno che tutti stimano (a parole) ma che non si accorge di avere centomila infiltrati nel suo gruppo. Se a questo aggiungiamo che Pinelli è uomo tutto d'un pezzo e Calabresi è tormentato, Dio quant'è tormentato, i rovelli non lo lasciano dormire, varrà la pena fare dei figli in un mondo così, e poi tutti se la prendono con lui ("Campagna contro papà sparita"? Ma anche Calabresi figlio, che film ha visto?), i superiori lo lasciano solo... con chi dei due si immedesimeranno i miei alunni, col Santo pieno di virtù lontanissime dall'esperienza comune, e che nel mondo reale si fa fregare, o con l'uomo concreto, responsabile, che soffre per il male di cui è stato indiretto veicolo?
RispondiEliminaInsomma, con la scusa di presentare bene tutti e due i personaggi, alla fine il film diventa un film su Calabresi, l'uomo del fair-play che stima l'avversario, il Servitore Integerrimo vittima dei Pezzi Deviati Dello Stato.
Tra parentesi, per far questo (scivolo anch'io nella storiografia) il film quasi sorvola su un aspetto rilevantissimo: il fatto che il fermo prolungato di Pinelli fosse illegale (e, se è per quello, anche anticostituzionale), che la signora Pinelli ha denunciato Calabresi e company per questo evidente abuso di potere (questo non viene assolutamentedetto), e che essi sono stati prosciolti per prescrizione, con una sentenza che all'epoca ha fatto abbastanza rumore. Ma anche qui, non vglio sollevare polverone sui fatti-in-sé, volevo soltanto discutere l'interpretazione che ne esce dal film.
Che ne pensate?
AndrSci
(stavolta prima di scrivere ho seguito tutti i link :-) )
@AndrSci
RispondiEliminarimanendo nello "specifico filmico" Favino è assente in tutta la seconda parte (esclusa una "scena evocativa" nel pre-finale). Vi sono nel film varie linee narrative ma il "vero protagonista" è sempre Mastrandea.
Romanzo di una strage è organizzato così. E uscendo in fine di commento dallo "specifico filmico" ricordo ad es. che due sole settimane dopo l'uccisione di Calabresi vi è la strage di Peteano, compiuta da ordinovisti.
Mi correggo da solo prima che lo faccia tu: in realtà la denuncia per il fermo troppo lungo di Pinelli, che ipotizzava il reato di sequestro di persona, non fu rivolta a "Calabresi e company" ma, precisamente, al commissario Antonino Allegra, e non è stato prosciolto per prescrizione ma per amnistia (Cioè, nella sentenza c'è scritto esplicitamente che i fatti imputatigli lui li ha davvero commessi, che costituiscono reato, ma che il reato è estinto per amnistia). Spesso uno scrivendo velocemente poi finisce per dire stronzate e non controllare.
RispondiEliminaIeri pomeriggio ho visto il film: spettacolo pomeridiano, ore 16.30, platea attempata tra cui me medesimo; comunque, credo, il più giovane.
RispondiEliminaDietro di me sedevano due distinte signore dalla chiacchera facile. Evidentemente ex informate pasionarie dal momento che "sapevano già tutto": «ora esplode…», «ora cade di sotto…», «ora lo ammazzano».
Sul piano storiografico non mi ci metto neanche. Il film aderisce alla tesi del raddoppio di tutto, addirittura il meta-raddoppio della tesi, “il raddoppio se vi va bene, ma poi forse anche no”.
Vabbè.
Sul piano politico mi astengo senza meno.
Sarebbe puro trollaggio, anche un po’ accademico. #faziosi
Su entrambi i piani (politico e storiografico) ci voleva un genio assoluto per riuscire a tradurre in opera di ingegno artistico la complessità del contesto, le “verità” giudiziarie, le questioni storicamente oggettive, i punti di vista, i dubbi e le angolazioni. Poi, tutto questo presentarlo in formato sufficientemente nazional-popolare perché potesse essere finanziato dai produttori (e RAI Cinema) da un lato, fruito e compreso da sufficiente massa di italieni frequentatori di multisala dall'altro.
Si ci voleva un genio assoluto. O un miracolo.
E non vedo in giro geni assoluti, tanto meno Gesù Cristi.
Detto questo, veniamo al dunque.
Il trio Giordana Rulli Petraglia è cinematograficamente medìocre (con l’accento sulla i).
Il linguaggio filmico è didascalico al parossismo.
Lasciamo stare la sceneggiatura, la sua didascalicità la do per scontata ancora prima di andare al cinema. Mi riferisco proprio ai tagli di inquadratura, alle quinte con le sfocature, al montaggio, alla colonna sonora.
Uno spiegone lunghissimo.
In questo scenario didascalizzato viene come cacio sui maccaroni un manicheismo facile sulle questioni ovvie, che poi cerca scappatoie “cerchiobottiste” su quelle spinose.
Per il gusto dell'orrido, la scena terribile da ogni punto di vista: quando Calabresi affranto e pensieroso è di notte in ufficio e vede il fantasmatico Pinelli – morto da un pezzo – che dalla finestra gli sorride e concede uno sguardo di intesa consolatoria come a dire "È tutta una merda, tutti stronzi, ma io e te… compagni”. :-)
Attori bravi.
C_
Rileggendo quanto scritto sopra, sembra volessi demolire il film.
RispondiEliminaMi è scappato, ma non è così.
Sapevo che tipo di film avrei visto, lo confermo dopo averlo fatto.
Non un filmone, non un filmaccio.
C_
"sembra volessi demolire il film."
EliminaChe strano, quasi avevo la stessa impressione:)
Comprendo però anche il senso di questo commento. Grazie.
Dici: "il vero protagonista è sempre Mastandrea"
RispondiEliminaE' ovvio, non volevo aver dato l'impressione di affermare il contrario.
Volevo solo dire che Mastandrea, oltre ad avere una parte maggiore, dà anche una performance migliore come attore (ai miei occhi); il che però non fa bene all'ideologia sottesa al film, che è già parziale di per sé.
Ma nel frattempo noto apputno che il film si autoracconta come film equanime, "cerchiobottista" come ha detto Christiano, e si racconta da solo la storia di sés tesso che mette a pari livello i due attori, anche se poi non lo fa. Tant'è che nei titoli di coda i due nomi di Pinelli / Favino e Calabresi / Mastandrea vengono fuori appaiati, come dire, va, noi mica facciamo preferenze.
Condivido i dubbi un po' di tutti, quindi non sto a ripeterli. Una cosa però vorrei contestarla all'articolo: la lode di Gifuni. A me sembra un "cane maledetto" (cit.), con quel gesticolare ampio e ridicolo. Resta una somiglianza fisica impressionante, ma quella non puoi ascriverla a merito dell'attore.
RispondiEliminaGrazie per la bella recensione. Mi piacerebbe molto leggere la tua opinione su Diaz, se uno di questi giorni ti va di scriverne! Marco
RispondiEliminaGrazie della lettura. Non ho ancora visto Diaz:( Appena vinco agorafobia (dato che non voglio pensare a cinema vuoto per Diaz) ne scrivo!
EliminaOggi pomeriggio alle cinque il cinema dove l'ho visto era mezzo pieno... anche se non era proprio il tipo di sala dove proiettano robe coi supereroi tridimensionali!
EliminaTra l'altro ho visto solo adesso che la rai passa il documentario Black Block questa notte. Marco.