giovedì 15 marzo 2012

Ho vent'anni. Non lascerò dire a nessuno che sono uno startupper

Viola Caon e amic*
"Avevo vent'anni. Non lascerò dire a nessuno che è la più bella età della vita." Il memorabile incipit di Paul Nizan ha perso oggi molta della sua oltranza. Sono sempre meno i nati dopo il 1982 che credono di vivere la migliore età oggi in Italia. Non per beata insofferenza giovanile o sofferenze del cuor ma per ragioni bassamente economiche e sociologiche, che si tramutano nella "certezza esistenziale" di essere la generazione che alla fine pagherà per tutti. I bamboccioni, i bimbi tenuti nella bambagia, i nati con la camicia, come si sente dire nelle sempre interessate calunnie, si riconoscono solo come i nati con la scopa in culo.
La disoccupazione giovanile ha toccato nuovi paurosi massimi negli ultimi mesi, e al Sud è ancora peggio, e se sei donna è ancora peggio del peggio. Il lavoro parasubordinato, il lavoro superprecario è invece il meglio a cui si possa, "rimanendo coi piedi per terra", aspirare; accettabili anche, per il famigerato "fare esperienza", gli stage gratuiti e le altre prese in giro non retribuite chiamate, con briosa innovazione linguistica, lavoro. Tanto diffuse e ovvie che quando un caro amico, piccolo imprenditore, dice tutto serio "oh penso che non sia legale ma me ne frego: gli stagisti io li pago lo stesso!" trema la sala per le risate.
La stessa definizione di "Generazione mille euro", con tanto di film giovanilistici in appoggio, oggi viene rivalutata al ribasso a 800, 600 euro al mese, per quelli che uno stipendio riescono ancora a tirarlo su (vd. Corriere in articolo che peraltro non economizza nell'usuale entusiasmo paternalista, agitatissimo intorno a Metafore Maiuscole e "innovazione": "La vostra sfida è essere i prototipi di voi stessi e dell'Italia di domani. Una generazione che riparte dal Punto Zero. Con strumenti vecchi e nuovi, la Costituzione in testa e i social network sul cellulare, per rifondare e rilanciare la società"). E per i giovani laureati vi è il recente Rapporto di AlmaLaurea a documentare un crollo sistemico di eccezionale gravità ("negli ultimi quattro anni i disoccupati con laurea sono praticamente raddoppiati [...] In Italia l’industria ha una specializzazione produttiva nella media e bassa tecnologia e, dunque, richiede lavoratori meno qualificati", presentazione su L'Unità. Scarica il rapporto in pdf da Corriere).
Le riforme materiali per combattere questa tragedia sociale non si vedono ancora (e oggi Tito Boeri indicava l'elefante nella stanza, di Repubblica, scrivendo "Speriamo che [la riforma del lavoro] pensi davvero anche a chi non è oggi rappresentato al tavolo della trattativa, a partire dai giovani del cosiddetto parasubordinato") mentre prospera sempre di più l'ideologia falsificante e consolatoria.
Sino a poco tempo fa questa si mostrava soprattutto nel tradizionale discorsodabarista "per chi lo cerca il lavoro c'è", con storie esemplari su onesti panettieri che cercano giovani aiutanti per duemila euro al mese e altezzosi principini usciti dall'università che non si abbassano al lavoro manuale (per debunking vd. Matteo Pascoletti su Valigia Blu, 1 e 2). Come sempre in questi casi la dimensione simbolica conta moltissimo: il giovane non vuole fare il pane per guadagnarsi il pane, l'onesto alimento della metafora del guadagno e dello svegliarsi prima dell'alba e della condotta di vita semplice (se a "panettiere" sostituite "elettricista" noterete una severa diminuzione dell'effetto).
Variante sempre in voga del "chi cerca trova" precedente è anche "il lavoro bisogna inventarselo", che modula il trovare in bella trovata. Questo principio, sotto la scorza di pragmatismo esperto di vita, riesce solo a nominare i bimbi dei Peanuts e delle serie tv americane che mettono su il banco della limonata a 5 cents. E non se ne fa un problema appunto perché ve li dovete inventare voi ragazzi i lavori, se no è troppo facile...
La manifesta intenibilità delle due troppo rozze posizioni qui sopra costringe però a una diversificazione di strategia nella nostra informazione. Lasciando stare l'idea davvero stramba di condurre indagini serie, dando pure voce e penna ai giovani, come ha fatto il Guardian con il rapporto di Viola Caon, attiva anche nel gruppo senese 404FNF, sulla "generazione perduta europea" (trad. italiana su 404FNF), si possono adottare tre tipologie fondamentali:
  • articoli patetici conditi di foto di giovani maschi tristi e disperati piegati dentro e fuori
  • articoli speranzosi nonostante una "realistica percezione" delle mille difficoltà
  • articoli innovativi dove si propone al giovane il mito dello startupper.
La prima forma è stata sapientemente analizzata dal filosofo e giornalista Roberto Ciccarelli in Mondo Neet.
La seconda e la terza sono più o meno onesti mascheramenti del disonesto "il lavoro si trova\inventa". Per la seconda ottimo esempio e Under MI30 - Avere meno di trent'anni a Milano del Corriere, con profili video (e brevi testi introduttivi) di giovani come Tea:
Tea è arrivata a Milano dagli Usa per studiare "fashion design" e intanto ha cominciato a scrivere su due blog: uno pubblico, dedicato essenzialmente alla moda, e uno segreto, dove racconta di esperienze di sesso sue, delle sue amiche e dei suoi amici. Il suo anticonformismo e la sincerità delle sue storie le hanno guadagnato una rubrica sulle pagine di Wired
[Ora non chiedetemi come fa un "blog segreto" a venire conosciuto così tanto da attirare l'attenzione di Wired, che non lo so proprio, comunque andiamo avanti]. La terza forma, la più micidiale, è invece quella che con maschio coraggio accetta l'attuale stato delle cose e ribatte: "raga, tranqui, si innova. C'è Internet. Si startuppa, non c'è problema. C'è Internet", o per citare Sideri, discusso poco più sotto, "Il loro motto è: non c'è il posto di lavoro? Il mio me lo creo da solo".
Sul principale aedo di questa nuova epica, Riccardo Luna, ho già scritto un pippone lunghissimo, di cui mi permetto di ripetere qui la conclusione:
Forse per sincero entusiasmo e per alata speranza in un futuro migliore di prosperità generale falsa oggi il presente italiano, cercando di incastrarlo dentro i suoi sogni di startupper seriali e distruzione creatrice. E così agendo, invece di portare la felicità generale ("può essere un anno memorabile. Startup, Italia!", in conclusione) rischia di portare solo la sua piccola particolare (e classista) tanica di benzina per il rogo delle garanzie minime del lavoro (ben oltre quindi il "posto fisso" del suo inizio). Sacrificando ogni diritto sull'altare del feticismo digitale, raccontando il mito regressivo dell'innovazione e sollevando la deregolamentazione estrema della startup in crunch mode a modello generale. Italia: startup "innovazione" lavoro (da un articolo di R. Luna)
Un mese dopo, l'undici marzo, sul Corriere compare un pezzo di Massimo Sideri dal titolo Vent enni d'Italia, gli «startupperoi», che con l'ortografia trasandata, il ferale neologismo e il sotterraneo richiamo mameliano promette malissimo. L'autore pare volersi tenere distante dagli eccessi di Luna, che scrive "avanza una generazione di startupper", subito precisando in contrapposizione: "Inciampare nel sensazionalismo di una ipotetica «Generazione Startup» sarebbe un errore." [1]
Sideri ripete però quasi tutte le mosse di Luna: dall'unica donna nominata, "Barbara Labate di RisparmioSuper", che evidentemente è schedata dai nostri giornalisti di tecnologia come quella da citare quando si parla di startup, per far vedere che una tipa italiana c'è alla chiusa con entusiasmo, davvero troppo semplificatore e troppo poco fondato, per le società da un euro: "Insomma, semplificando molto - ce ne rendiamo conto - potremmo dire che, per la prima volta, la nascita di una nuova startup richiederà l'incontro di un'idea, un euro e una nuvola." [2]
Il giornalista del Corriere si distingue solo per come insiste su di un tema non toccato, forse per prudenza, da Luna: l'università. Una sezione del pezzo si intitola "L'UNIVERSITA' È OBSOLETA?" e nel testo troviamo due testimonianze di giovani startupperoi che hanno abbandonato gli studi:
«Secondo me il mondo delle startup può offrire qualcosa di nuovo. Non è più obbligatorio andare all'università e poi cercare di entrare nella grande azienda per inseguire un posto a tempo indeterminato. Ora il web ha permesso di abbassare le barriere all'ingresso e con un computer ti puoi specializzare e costruire il tuo lavoro». [...] «Ho lasciato anche l'università dove studiavo informatica perché non lo consideravo più necessario. Il nostro è un campo così dinamico che su Internet c'è tutto ciò che ti serve. Io sono autodidatta»
Queste dichiarazioni, oltre a costituire il verso delle analisi sopra citate sull'industria italiana a media bassa tecnologia che non ha bisogno di laureati, sono ovviamente frutto dell'italico mito straccione del dropout di successo, che con astuta logica inferisce da "Gates, Jobs, Zuckerberg non sono laureati" la completa inutilità dell'Università. Come logica il ragionamento fa il paio con "Einstein nell'annus mirabilis 1905 lavorava all'ufficio brevetti di Berna, quindi un impiego all'ufficio brevetti garantisce una produzione scientifica di genio".
Certo uno degli argomenti più "caldi" nel mondo delle startup è "superare l'università", come si può vedere da video e testo della keynote di Paul Graham (il nome più prestigioso del notissimo venture fund per startup Y Combinator) a PyCon 2012, giudiziosamente intitolata Frighteningly ambitious startup ideas ("replace universities" è la terza), e sono ben noti, e sempre più gravi per note ragioni, i problemi delle nostre università. Ma "consigliare" (Sideri non consiglia, sia chiaro, consigliano implicitamente ai ragazzi svegli come loro gli intervistati) di abbandonarle è appunto l'ultima mossa di deregulation, al solito eufemismo per smantellamento dello stato sociale.
Il lavoro te lo devi inventare e ti devi inventare pure la formazione per questo lavoro di altissima specializzazione che ti inventi. Ma raga, tranqui, si innova, c'è Internet, la nuvola e l'euro in tasca, ed è chiaro che tu, da solo, dal tuo buco di culo di provincia italiana, abbia gli strumenti per valutarli e farli tuoi e connetterli insieme tutti i materiali offerti dalla Rete.
È chiaro che l'università non possa che essere un peso e un freno per te, giovane genio di vent'anni. E quindi anche per gli altri tuoi coetanei. E quindi si può lasciar venire giù del tutto pure quella. Mentre il solito Boeri nel pezzo già citato, molto poco innovatore e molto economista, si dispera ancora per il mancato ripristino dell'obbligo scolastico a 16 anni in quanto "l'allungamento di tre anni dell´istruzione media della forza lavoro è associata a un incremento del tasso di crescita di un paese di circa l'1 per cento ogni anno. Significa essere di quasi un quarto più ricchi nel corso di venti anni. Non poco per un´economia come la nostra rimasta al palo del 1999 e che, ai tassi di crescita attuali tornerà solo nel 2020 ai livelli di reddito precedenti la Grande Recessione."
È chiaro che lo startupperoe, il giovane mago capace d'inventare da una nuvola, un euro e una connessione adsl il lavoro per sé e per tutti (variante: tutti startupperoi) è l'ultima mascherata ideologica o meglio l'ultima presa per "i fondelli" che i "nati con la camicia" (sapete ormai cosa sostituire alle ultime coppie di virgolette) devono subire.

Ho vent'anni. Non lascerò dire a nessuno che sono uno startupper.

[1]La contrapposizione è una mia ipotesi, segnalo inoltre che nel testo di Sideri sul Corriere, esattamente come in quello di Luna su Repubblica, in pezzi tutti sull'innovazione tecnologica, dopo vent'anni di Internet, non è presente un link alle tante persone e aziende raccontate e attive su Internet.
[2] Per sano contrasto: Adrianaaaa, ventenne laureata umanistica sfigata redattrice di testi SEO e cameriera in pizzeria (nonostante lavori presso para-panettieri i duemila euro al mese se li sogna però),  consiglia a Riccardo Luna, e consiglierebbe a Sideri, una nuova startup che ti fa ordinare online la pizza: "Gli inventori di questo tipo di impresa - veri interpreti dello spirito degli anni '10 - sono riusciti ad inserirsi in un sistema semplice e lineare come quello che conduce il cibo da asporto da chi lo cucina a chi lo consuma, solleticando proprio la pigrizia, l'alienazione, lo svacco che internet sa far emergere in tanti navigatori. Mi aspetto che prossimamente Riccardo Luna dedichi almeno 4000 battute a questi startuppers di innegabile talento, che sono stati capaci di costruire un business a partire da qualcosa di apparentemente tanto poco redditizio. Loro sono Innovazione....". Continua con carogna su Cyberpizza.

4 commenti:

  1. "Il lavoro te lo devi inventare e ti devi inventare pure la formazione per questo lavoro di altissima specializzazione che ti inventi. Ma raga, tranqui, si innova, c'è Internet, la nuvola e l'euro in tasca, ed è chiaro che tu, da solo, dal tuo buco di culo di provincia italiana, abbia gli strumenti per valutarli e farli tuoi e connetterli insieme tutti i materiali offerti dalla Rete."

    Grazie. Questo post mancava.
    A me fa talmente incazzare la parola startup e derivati, che non sarei riuscito a spiegare la boiata che comporta con tanta lucidità. ;)

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    1. sei un grande caro il mio squaletto salterino, ti spargo ovunque posso!

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  2. Gran bel post. Mi ha suscitato un'associazione libera. Ricordo quando andai a vedere il film "the social network". Entusiasti "intellettuali" nostrani come Severgnini lo presero a modello per una generazione di startupperoi. Così, rimasi un po' perplessa. A me lo Zuckerberg del film sembrava un po' triste. Ne scrissi sul vecchio blog. A volte gli archivi vengono buoni ;) http://poguemahoney.blogspot.it/2010/11/veloci-impressioni-umanamente.html

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  3. Come rispecchiarsi in un post. Molto bello, grazie.

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